l'altra faccia

Domattina dal nostro libraio potremmo trovare fresco di stampa un ennesimo romanzo o libro di racconti su Napoli, la Sicilia o la Calabria, la Basilicata o la Puglia ed essere costretti a ricrederci sulla validità di una materia a prima vista scontata. A rigore, gli argomenti trattati dal Verga nei Malavoglia o nel Mastro Don Gesualdo, dalla Serao nel Paese di Cuccagna, nella maggioranza delle novelle e dei suoi saggi, persino dal Mastriani nei suoi 107 romanzi, in alcuni ambienti, potrebbero essere attuali. L’uomo che vendeva ciliegie, dando la voce di porta in porta e tormentandosi per l’indifferenza della bella porticese, questo simpatico eroe di una delle più alte liriche di Di Giacomo, cammina ancora per le nostre strade. Verga e Di Giacomo, Mastriani e la Serao sarebbero ancora nel vero e i loro eroi rintracciabili e riconoscibili.

Ciònonostante, e sia pure rinnovati e adattati a particolari ambienti sopravvissuti, questi personaggi difficilmente potrebbero dirci qualcosa di nuovo. Essi lo dissero ai loro tempi e agli uomini del loro tempo. Assolsero in pieno il loro compito. Noi invece vorremmo sapere qualcosa dei nostri tempi, della nostra vita corrente, di noi stessi come protagonisti consci o inconsci di un’età diversa; giacché è bene dirlo francamente: oggi il problema del vecchio e del nuovo della narrativa meridionale comincia a identificarsi con quello relativo alla letteratura d’invenzione d’ogni paese. Accoglieremo sempre con molta aspettativa nuovi libri di narrativa meridionale, ma se in essa rileveremo la presenza delle frane verificatesi nel nostro sottosuolo.

Il XIX secolo è finito appena l’altro ieri. Il suo sipario insanguinato cadde in un giorno qualsiasi dell’ultima grande guerra e il XX spuntò da un abisso di dolore inimmaginabile, cominciando a distribuire a ciascuno di noi vestiti rassomiglianti più a tute che ad abiti su misura. L’ultimo conflitto, a differenza del primo, deve la sua enorme risonanza nella letteratura e nelle altre arti per essere riuscito a ridurre a quota zero tutte le ambizioni dell’uomo, a piegare e a spazzare, a tabula rasa, il tradizionale sistema di pesi e misure, di avere e non avere della vecchia società. I delitti commessi furono tanti e così gravi da ridurre immediatamente a livelli molto modesti pene e sofferenze che dai tempi di Omero avevano trovato un’ininterrotta comprensione. La crepa aperta da quel cataclisma deforma ancora la terra e per quanto ci si sia adoperati a colmarla si rivela incolmabile e insuperabile.

Ecco perché soltanto in quegli anni ebbe fine il vecchio e glorioso secolo, che aveva però avallato anche un infinito numero d’ipocrisie e ingiustizie. Per uno strano e avventurato destino però il conflitto lasciò il suo segno anche su di noi, dico nei vecchi casolari del Sud, e gli uomini ne rimasero folgorati o illuminati, ma nell’un caso come nell’altro, in modo definitivo. Di conseguenza anche la letteratura meridionale ebbe una battuta d’arresto, ma s’illuse di proseguire per la sua strada buttandosi come un uomo a caccia nella foresta, come un reporter in cerca d’istantanee; e alcuni di essi seppero ritrarre immagini indimenticabili. Poi, intervenne qualcosa. Alle istantanee seguirono alcune banali fotografie di uomini fermi ancora agli «astratti furori» mentre il cammino, il grande esodo fisico e spirituale dei sud-ici era cominciato e si sarebbe rivelato ben presto inarrestabile. Da allora vita reale e arte nel Meridione cominciarono a divergere. Sarebbero stati necessari ulteriori approfondimenti, anzi si sarebbe dovuto cominciare finalmente ad approfondire. Le tematiche al contrario si confusero. Il Mezzogiorno tentava di unificarsi in un solo moto di protesta e di resurrezione, di rompere e scavalcare le dure frontiere regionali e la narrativa si attardò a ricercare cause remote, valide nell’altro secolo.

Preziosi, meravigliosi libri ci furono dati in lettura, ma cominciammo a sentirli inadeguati. Sfuggiva ad essi quel complesso numero di fatti assai più problematici dei termini costanti di fame, ignoranza e miseria. E letti i bei libri di fantasia e ripostili sul piano più autorevole della biblioteca, per orizzontarci, cominciammo a sfogliare in segreto altri libri ricchi di dati, statistiche e note su un futuro già in via di sviluppo anche tra noi, nelle nostre case, nelle nostre anime.

Prenderò a esempio il mio stesso lavoro, svolto con tenacia e fede per alcuni «lustri» fino a quando cominciai ad avvertire i primi sintomi di girare a vuoto. È un lavoro del quale da parte mia sarebbe a-morale non riconoscere la validità, ma a patto di collocarlo negli anni in cui lo svolsi. Ora, quando rileggo una mia vecchia pagina, mi ritrovo ingenuo, semplicistico, uno scrittore di favole. Saranno favole amare, belle o brutte, vero è che oggi non le riscriverei, chiederei molto di più a me stesso, anche a costo di restare a un livello inferiore alla mia prima maniera. Chi era, mi chiedo, il personaggio della novella: La signora scende a Pompei? Una vecchietta in autobus sorpresa dal fattorino sprovvista di biglietto e obbligata a discendere trenta chilometri prima dell’arrivo a destinazione? Chi era Cummeo? Un adolescente del sottoproletariato campano, così povero da desiderare una camicia. Aveva vergogna di farsi vedere col petto nudo e il colletto della giacca rialzato. Fatti terribili, certo, e tipici di quegli anni. In me trovarono, prima di un artista, un uomo commosso; e quasi per assolvere a un dovere sociale più che per dar sfogo e chiarezza a un émpito d’arte, composi le omonime novelle di Cummeo e della Signora scende a Pompei.

Oggi non mi commuoverei facilmente. Non mi comporterei allo steso modo. A Cummeo consiglierei di trovarsi un lavoro e se non lo trovasse a Nofi gli consiglierei di emigrare al Nord o in un Paese straniero dove sono certo troverebbe mille occasioni di lavoro e di guadagno, in grado di liberarlo dalle angustie della miseria. Con la signora mi comporterei forse in modo banale: le offrirei il biglietto, pur di farla smettere dai lamenti e se non avessi i soldi per compiere il bel gesto le direi di restarsene a casa o di non mettersi in quelle situazioni o non so che cosa. Vero è che né Cummeo né la Signora mi basterebbero come storie autonome. Appesantirebbe la mia mano il dubbio di trovarmi di fronte a due casi sporadici, mentre dieci anni or sono la condizione sociale di Cummeo e della Signora potevano aspirare alla esemplarità.

Quelle mie storie furono di fatti accolte con benevolenza. Il lettore vi si riconosceva. Ma oggi quale sarebbe l’accoglimento del lettore se io gli offrissi da leggere la continuazione di quelle storie? Nel caso migliore si annoierebbe. Nel caso peggiore potrebbe buttar via il mio libro e sostenere che non ho più niente da dire: «Sempre la stessa lagna! Sempre la stessa lagna! ». E io gli darei ragione e per due motivi. In primo luogo, per la sostanza eccessivamente classista dei casi trattati, in secondo, per la peregrinità dei tipi assunti a eroi: Cummeo privo persino della camicia e la vecchia signora popolana, misera al punto di non avere una moneta da cinquanta lire. Estremismi letterari, avrebbe detto Tolstoi, del quale vale la pena di ricordare una sua precauzione abituale, anche se a volte da lui stesso tradita. Tra un personaggio zoppo ed uno normale, Tolstoi preferiva il secondo. Gli uomini in maggioranza hanno le gambe diritte (o storte secondo natura). Gli storpi costituiscono una minoranza. I Cummei e le Vecchiette dieci anni orsono potevano costituire una maggioranza. Oggi sono una minoranza. Ma volendo anche ammettere che formino ancora una maggioranza, le istanze populistiche sono divenute giudizio comune, catalogate tra le cause ovvie. Non v’ha governo che non le tenga presente e non si riprometta di risolverle una volta o l’altra. Appartengono a quella serie di casi gravi, sviscerati o illustrati dalla letteratura meridionale vecchia e nuova e consegnati nelle mani di sociologi e politici.

La letteratura d’invenzione sociale ha assolto il suo compito e dovrebbe ritenere pleonastico ogni ulteriore insistenza in questo senso. I libri di Levi e di Scotellaro furono fecondi di casi al limite della paranoia e dell’ossessione. «Re di Provincia», invoca l’uomo del Tricolore dei Contadini del Sud di Rocco Scotellaro, «in poche e povere parole mi spingo alla mia dura avventura e cerco chi mi applica la carta sul sedere (voglio dire chi va trovando lite accendendo le carte di dietro agli altri). Re di Provincia (sarebbe il prefetto), vi presento questo mio conto, cioè una leale fattura. Sto in aperta campagna, cuocendo la mia famiglia con cinque figli (li obbligo a stare qui, non stanno di loro volontà) e servendo e coltivando un popolo balocco e scemo. Vi presento questo conto di vino da sottrarre una cifra; la cifra che io non digerisco è il Dazio. E mi rivolgo a Voi, Re di Provincia. Il mondo gira, la storia parla, la parola nasce dal dono di natura e si ingrossa dai duri martìri vostri. Sono italiano, ma l’Italia è mansionata da infami, ladri e barbari. La vita è una storia ma da farla… Il secolo ritorna e ora stiamo nel secolo dei nobili ignoranti, pieni di bene e di vaste comodità usurpate ad un popolo balocco e scemo, ed io mi voglio distinguere innalzando la mia bandiera a lutto, essendo la bella Italia ricaduta nuovamente sotto il regime burocratico. Figlio di patria e vivo Italiano, alle dure avventure, grande invalido Mulieri».

I personaggi di Scotellaro partono da una condizione verghiana e sprofondano in tormenti, senza uscita e quasi pirandelliani, con questa differenza: le misere creature medioborghesi di Pirandello rispettavano alcune forme di decoro e gli ultimi figli della miseria meridionale, come il Figlio del Tricolore, grande invalido Michele Mulieri, erano spinti al furore perché ai loro corpi si «erano appiccicate le mignatte maligne», inseguiti dai maghi, dai proprietari. Nel mondo napoletano del dopoguerra, a cominciare dalla disperata cronaca d’Incoronato (Scale a San Potito), a quelle indimenticabili della Ortese e di Bernari e alle recenti dell’Ottieri, la condizione sociale fu sottoposta a un’accusa implacabile fino a toccare momenti di sincera poesia. La letteratura cosiddetta sociale può dunque stare tranquilla. Può affermare con orgoglio di avere anticipato movimenti e correnti di cultura e di idee progressiste, illuminando casi normali e anormali. Ha però, per così dire, divorata la materia tradizionale e rivoluzionaria e non riesce più a renderla vergine come le cose di prima mano. Una prova assai significativa è stata offerta tre anni or sono da Eduardo De Filippo, con la sua commedia Il figlio di Pulcinella. L’erede della «fatidica» maschera questa volta vuole smettere di fare la macchietta, vuole scaricarsi dello scempio di deridere se stesso e di vantarsi di tutte quelle male azioni, un tempo empirica summa del vivere. Egli promette a se stesso di diventare un lavoratore, un cittadino.

Da tempo De Filippo ha intuito che le fondamenta sociali del suo vecchio teatro avevano subito gravi scosse ed è pervenuto a forme più complesse, anche se meno riuscite, d’indagine teatrale. La miseria non predomina più nei suoi lavori. Lo stesso Marotta negli ultimi tempi era stato assalito da qualche dubbio. L’accadimento posto nel difendere il suo giardino napolitano denotava il tremore della sua fede. Marotta si auspicava come una continuazione dei riti, degli usi e costumi della vecchia Napoli. Non si accontentava di considerare la vecchia città come una «sua» felice immagine poetica, ma avrebbe voluto che gli altri stimassero quella sua preziosa immagine specchio anche di una realtà materiale. Sosteneva che i suoi personaggi esistevano in carne e ossa. Ne conosceva l’indirizzo di casa. Invitava i denigratori presunti non della sua Napoli immaginaria ma di quella che lui riteneva reale ad accompagnarsi a lui in una ispezione. Ma a insospettirci erano proprio le sue insistenze, i suoi inviti a compiere prove locali, la sua rispettabile fede, che, come ogni fede, non aveva bisogno di quell’altro genere di prove, assai più reali, capaci di dimostrare, svuotare e sfatare lo stesso dato di fatto e ridurlo a un ingannevole corpo di reato.

Figure e personaggi di Marotta esistevano ed esistono. Chi potrebbe negarlo? Forse che non camminano, per le strade del nostro remoto Regno, birocci e calessini, carrozze e carrette a balestre? Certamente. La trazione animale è ancora il mezzo di locomozione della grande maggioranza dei contadini. Ma a nessuno salterebbe in mente di affermare che la nostra è l’età della trazione animale, essendo a tutti noto che è invece l’età della trazione a motore e a turbina. Alla stessa stregua vanno viste e giudicate le superstiti e a volte rigogliose dinastie umane del nostro passato. Esistono, ma per un moto d’inerzia. Gioiscono e soffrono, ma di gioie e sofferenze risapute. Illuminante esempio il delitto d’onore. Il marito trova la moglie in actu con l’amante e l’uccide. Bravissimo, egli ha difeso il suo onore. Per noi il suo onore non valeva la morte di un uomo, quanto si voglia fedigrafo e non ci trova consenzienti. Se dipendesse da noi condanneremmo il marito come un qualsiasi assassino. Mezzo secolo fa Di Giacomo scriveva Assunta Spina, che è una commedia che gira intorno al delitto d’amore, parente stretto di quello d’onore; la «sceneggiata» napoletana elevava un inno allo stesso genere di delitto e la «canzonettistica» vi aggiungeva mille e una canzone. Ma Arpino due anni orsono scrisse un romanzo ironico in cui l’avvocato difensore del marito tradito, che una volta strappava lagrime al pubblico e clemenza ai giudici, veniva ridotto a un ridicolo istrione. Un ennesimo scrittore potrà assumere di nuovo un ennesimo delitto d’onore ad argomento di un suo libro e in difesa dell’uomo tradito, arricchendo la vecchia storia di nuovi particolari, ma il lettore finirà per decretare, come si comporta con la cronaca dei giornali: «Ecco un altro inutile delitto d’onore! », così come ciascuno nel suo ideale diario annota: «Solita scenata questa mattina tra alcune donne al Pallonetto! Solito svenimento di un giovane povero alla Torretta! ».

Indifferenza, abitudine, cinismo? È probabile; ma limitatamente alla situazione locale, dal Pallonetto alla Torretta. Diversa sarebbe la nostra reazione se il vecchio mondo meridionale rispecchiasse condizioni autonome, ma aperte e riconoscibili anche da lettori di ogni altro luogo. Si entrerebbe nell’esemplare e nel tipico. La chiassata delle donne del Pallonetto esemplificherebbe quella delle donne di tutto il mondo. Ma noi sappiamo che le donne di tutto il mondo, ivi comprese quelle napoletane, che a buon diritto fanno parte delle donne di tutto il mondo, sono lontane da far chiassate per i più futili motivi in piena strada.

Qui è il punto! La letteratura meridionale corre il rischio di lavorare a temi troppo circoscritti a un ambiente, di appassionarsi ad argomenti incomprensibili appena fuori della cinta daziaria del villaggio, della città o della provincia; e se vuole aspirare a un ulteriore sviluppo, e vi sono notevoli segni di ripresa, deve evolversi e cambiar rotta. Essa non solo non può continuare a percorrere le strade aperte dai suoi grandi padri, ma deve dimenticare anche la loro lezione. Gli antichi non possono dirci più nulla. Possiamo solo godere della bellezza delle loro opere d’arte così come le ottave dell’Ariosto ci fanno comprendere meglio alcuni aspetti del suo grande secolo. Ma strutturalmente dalle loro pagine non si ricava un consiglio, un ammonimento e meno che mai un metodo di lavoro. È il punto di vista che è cambiato, che deve cambiare, se vogliamo sottoporre a un’interpretazione originale il materiale affiorante dalle vaste crepe della società contemporanea, compresa quella meridionale, sottoposta più delle altre o con maggiore evidenza e casi vistosi, a modificazioni.

I personaggi di fondo della narrativa tradizionale, il plebeo e il cafone, sono scomparsi e gli ultimi esemplari sono come dei pezzi salvati dalla distruzione e conservati nelle teche di un museo. La scomparsa di questi due personaggi chiave, passati dal rango di protagonisti a quello di comparse – ed eran stati portati alla ribalta sia della ricerca sociologica classica sia dalla narrativa dell’’800 – deve essere considerato come il fatto più straordinario verificatosi nel Mezzogiorno. Con il plebeo e il cafone sono decaduti anche i miti e i simboli, gli stemmi e le insegne, le torrri, i castelli e le mura, le stratificazioni di diritti incrollabili, cioè a dire le vecchie cose, come ebbe a scrivere di recente Vittorini, possono avere ancora un valore solo nel caso di sopportare la sostituzione delle nuove cose. Le vecchie appartengono alla terminologia naturalistica sciupate e consunte dall’uso. Cavallo, carretto, servo, pastore, padrone, bandito, guappo; e gelosia, onore e disonore, proverbialità ed esperienza. La tavola da pranzo patriarcale, in America come a Bisceglie, è stata sostituita dal televisore. E un frigorifero portato in una tribù a lungo andare altera le sensazioni. Una casa nuova, non padronale, dell’edilizia minima popolare, isola in un mondo remoto e nel disprezzo il pagliaio, il tugurio, il casolare e sollecita e sveglia nuove ambizioni; e laddove le vecchie cose sussistono quasi indipendenti dalla volontà umana, si sono venute a creare delle società di spostati, di creature enormemente complicate. La connivenza con le vecchie strutture stride in modo insopportabile con le nuove o con quelle che potrebbero, che dovranno diventar tali. Tutto ciò crea un infaticabile esercizio di attesa e dà la suggestione agli uomini di aver finalmente posto le mani sui nuovi beni dall’irresistibile fascino.

Ecco la nuova creatura del Sud: è sempre vivo «un terrone in città», anche se resta nel suo villaggio. Può cioè essere ancora costretto a restare nel suo paese di cinquecento anime, ma col pensiero è andato oltre i limiti del suo tradizionale orizzonte e sa che di là – ne ha le prove – vi sono mondi concreti, tangibili e abitabili. L’orizzonte delle creature verghiane, balenante miraggi, è stato sfondato. Posto il caso che esista ancora una donna come la Diodata di Don Gesualdo, serva del maschio, si tratta pur sempre di un’altra Diodata, diversissima, l’anima della quale è stata sottoposta a nuove emozioni ed esplorata dai raggi della radio e della televisione. Per questa serie di motivi chi oggi osserva la società meridionale ritrae lo sguardo confuso. Passa per villaggi e paesi, a volte, per circondari e province deserti e abbandonati. Gli abitanti si sono come volatilizzati: sono emigrati, ma in uno stato d’animo molto diverso da quello che accompagnava l’emigrante classico. Il vecchio emigrante partiva in condizioni disperate, con l’idea incarnata che la sua Patria era povera e non poteva sfamarlo e coprirlo. Partiva quasi sempre per un viaggio senza ritorno. Il nuovo si allontana dal suo paese nativo come un contadino che si rechi al mattino al suo campo lontano ma pur sempre nei termini del suo ambiente, certo di far ritorno a casa la sera. Nel suo relativamente breve viaggio l’emigrante (a bordo di un treno o di un aereo, questa volta) ha però l’occasione di fare esperienza del nuovo cui anela e ritorna con le nozioni di questa esperienza, deciso a realizzarla sul luogo nativo. Egli vuol restare dov’è nato. Egli sa che la sua Patria può e deve sfamarlo, e deve metterlo in condizioni di salire al grado di un’elevata dignità sociale, anche se quest’ultima dovesse venire a configurarsi con l’anonimato del benessere standard. Si confronti questo cafone in cammino avanti e indietro per l’Italia e l’Europa e che peraltro resta legato al suo ambiente con quello del passato. È semplicemente un altro uomo e per comprenderlo si rendono necessari strumenti nuovi. Nell’impianto dialettale e analfabetico della sua lingua s’innestano spezzoni plurilinguistici di altri linguaggi. Abitudini, costumi, pregiudizi, terrori carnali sono stati lacerati.

E dove sono questi eroi plurivalenti nella narrativa meridionale (e nazionale?) Si è scritto e si continua a scrivere fingendo a noi stessi e come a prescindere da quanto si verifica giorno per giorno. Molti cercano di sfuggire il problema o lo aggirano, cercando di conferire alle loro opere sovrastrutture europeizzanti e mondanizzanti, senza riuscire peraltro a dirci una parola nuova e tanto meno a centrare il cuore del nuovo personaggio. Che esiste e a uno stato avanzato. Alcuni scrittori, vistisi sottratti il materiale umano e ambientale d’accusa, appaiono come indispettiti e dispiaciuti. Milioni di uomini, che noi avevamo svisceratamente appoggiati con alcune nostre pagine trionfanti ad uscire dalla soggezione, conoscono finalmente, per così dire, il sapone e credono di essere scampati ai diversi e complicati incubi-simboli della più spregevole condizione umana e letteratura, giornalismo, etc. sono in agguato: pronti a sorprenderli in strada, nei super markets, in auto, sulle spiagge, ai monti, al week-end, per negar loro la qualifica di uomini e appallottolarli in un’unica immane mollica di pane.

Il nuovo, che a volte, è relativo e immaginario ed altre, totale e concreto, con alcuni aspetti implacabili, ci ha colto di sorpresa. E questo nuovo, come si diceva, si è manifestato, e in forme tutt’altro che alienanti, particolarmente nel Sud, decretando la fine sia della letteratura a carattere sociale sia di quella a carattere intimistico-psicologica. Così come non si può ridire la storia delle pene della solita Carmela o Maria in palpiti dietro la finestra in attesa del fidanzato, già così ben descritta seicento anni or sono dal Boccaccio nell’Elegia di Madonna Fiammetta, non si può snocciolare la disavventura di un uomo ridotto all’accattonaggio. Entrambi i temi rischiano il folclore. Vero è che il racconto del Sud si è fatto complesso come quello di ogni altra contrada del mondo. Una volta, caratterizzato l’ambiente, puntualizzato il movente dell’azione, il personaggio scattava fuori a tutto tondo. Oggi l’ambiente del Sud sta per diventare l’ambiente del Nord, sia pure con particolari scenici diversi. Anzi il Sud tende con tutte le sue forze migliori a trasformarsi stabilmente e se resta ancora caratteristico, ciò è dovuto in parte a un moto d’inerzia, d’incompiuto smantellamento, ma è ben proteso verso una nordicizzazione e uno standard di vita europeo. La vecchiaia si presenta con caratteri di spietata solitudine alla Torretta come alla Quinta Strada. L’uomo del Sud coltiva gli stessi fantasmi di benessere a oltranza dell’uomo del Nord (ed è un estremo interesse dell’uomo del Nord che l’uomo del Sud li coltivi) e si deve a questo stato d’animo ansioso, ma che non ricusa momenti di ottimismo, se egli ha cominciato a trascurare scenate, chiassate e svenimenti, vecchie sprovviste di biglietto e giovani seminudi.

Questi personaggi si possono sopportare e comprendere come una parte del tutto: in funzione di clochards, come individui che hanno scelto il vagabondaggio. Ma se un popolano dei Vergini mi esce e va a giocare al bowling egli compie la stessa operazione del popolano americano del Bronx. I Vergini esistono ancora, ma esiste il bowling. E se un night non fa nuovo, un basso non fa vecchio.  

in Domenico Rea, L’altra faccia, Nuova Accademia, 1965, pp. 57-74