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Rea, i giovani lettori di questo libro vogliono conoscere direttamente da lei, prima di cominciare, lei «chi è», «da dove viene»…

Mio padre nacque a Nocera Inferiore, un comune a trentasette chilometri da Napoli. Suo padre, mio nonno, lo destinò a fare il muratore. La casa di mio padre era un basso di due stanze. Stanzette, badi, faccio per dire: erano locali come altre centinaia di bassi: con gabinetto alla turca in comune. Mio padre ebbe infanzia da vagabondo, come tanti altri ragazzi della sua età e della sua condizione. Mia madre nacque a Torre del Greco, comune di tradizione marinara, allora collegato a Napoli con un tram. A sei anni cominciò a lavorare come «corallina». Poi prese il diploma di levatrice, in dialetto – mammana –, e, fino alla morte, fu lei il sostegno della famiglia.

Chi erano gli altri componenti della famiglia? Come vivevano?

Erano i miei zii e zie. Tutti gli otto fratelli e sorelle di mio padre emigrarono nell’America del Nord. L’unica sorella e l’unico fratello di mia madre fecero anche loro la loro parte: zia Giuseppina emigrò nel Sudamerica; zio Luigi, marinaio della Regia Marina, morì nella guerra italo-cinese intorno agli anni ’10. Io sono nato più tardi, a Napoli; ma già a tre anni fui portato a Nocera Inferiore, provincia di Salerno, dove mio padre aprì un commercio, che andò a rotoli nel 1929 e intanto mia madre cominciava a fare la levatrice.

Come viveva da bambino?

La mia infanzia fu regolare per i nati come me, e cioè in netta perdita rispetto a quella di altri ragazzi di diversa classe sociale che, nascendo, mi stavano avanti alcuni anni luce. Fu comunque un’infanzia libera, aperta alla campagna (Nocera ne era letteralmente circondata) e alla strada: andavo scalzo e con gli altri compagni esploravo giungle di alberi e torrenti, giocavamo alla lotta. Il più forte aveva sempre ragione… Posso raccontarlo?…  Rubavamo frutta e verdura, «arte» che in seguito mi servì per rubare libri. Andavamo spesso per osterie con mio padre e i suoi compagni, per feste religiose, per paesi e villaggi, a bordo di carrette e carrozzelle; seguivo mia madre levatrice per i bassi e casolari sperduti di contadini. Insieme agli altri ragazzi combinavamo cose terribili, come facevano tanti altri ragazzi di campagna allora. Intanto, stavo per dimenticarmene, avevo cominciato le scuole elementari…

Chi erano i suoi compagni di scuola?

In prima classe trovai gli stessi compagni che avevo nella vita e ne conobbi altri figli d’impiegati, di professionisti, insomma «signori». C’era una bella differenza fra noi e loro: noi eravamo vestiti di stracci, loro di buoni abiti; loro portavano saporite colazioni, noi, qualche volta, il pane asciutto. Li invidiavamo subito, cordialmente. Loro furono fatti sedere nei primi banchi centrali, noi in quelli di fianco e negli ultimi. Fummo disposti come un’orchestra: violini, clarini, contrabbassi, e, in fondo, timpani e bassotube…

C’erano altre differenze fra voi e loro?

Oh, certo! Quei ragazzi già conoscevano bene molte parole, anche «difficili» e le tabelline. Noi invece non avevamo neanche un’idea di quello che sono le parole scritte. Ma, essendo ragazzi, quelli che prevalevano erano i più robusti, i più forti fisicamente, per cui alcuni dei nostri, col tempo e con la minaccia delle «mazzate» finirono per farsi sentire, per costringere quelli a scendere a patti, prendevano loro le colazioni, i giocattoli, i libri e le penne. E uno di noi, per la sua vivacità, diventò perfino capoclasse…

Questo a scuola… E fuori?

Fuori non eravamo compagni: restavamo estranei. Nel pomeriggio, se incontravo qualcuno di loro per strada, in compagnia del padre o della madre, neanche ci salutava. Inconsciamente, loro sapevano già di appartenere a un altro mondo. Quando qualcuno di loro ci invitava a giocare nella sua casa o nel suo giardino, noi restavamo a bocca aperta, così sbalorditi dalla ricchezza, dall’abbondanza dei giocattoli, dall’attenzione e dalle carezze dei loro genitori, che ci sentivamo in soggezione, come in stato di servitù. In molti di noi questo sentimento servile aumentava col passare degli anni, invece di diminuire.

Di che epoca sta parlando?

Eravamo intorno agli anni ’20-’30… Erano un’Italia e una scuola abbastanza diverse da quelle in cui vivono i ragazzi che leggeranno questo libro…

In che senso diverse?

Nel senso che la scuola, fin da principio, serviva a far sentire i poveri inferiori, assoggettati ai ricchi. Le differenze che c’erano fra le classi sociali in paese erano rispecchiate fedelmente nella scuola e perfino nella disposizione dei banchi. Pensi: nella nostra aula di 60 scolari, i privilegiati stavano a due per banco; gli altri, i cosidetti «perduti», i più asini che, vedi caso, erano anche i più poveri, stavano anche a tre. I ragazzi ben vestiti sbeffeggiavano quelli vestiti male. Allora il vestito era tutto: una vera carta d’identità. Molti ragazzi poveri, oltre ad avere capelli sempre arruffati e pieni di pidocchi, calzoni corti e rattoppati, calze rotte e scarpe con le suole staccate come la lingua di un cane, l’inverno, per riparare le mani dal freddo, calzavano calze vecchie delle madri. Per gli altri insultarli era un piacere maligno. Contro di loro c’era una specie di linciaggio… E devo dire, anche se non spiega perché, che quei poveracci dovevano provarci perfino un certo gusto…

Un’infanzia infelice, allora?

Oh, no. Da quello che le ho appena raccontato a dire che la nostra infanzia fu infelice, ci corre! La nostra in fondo fu a suo modo un’infanzia felice perché eravamo liberi. Eravamo sorvegliati pochissimo dai nostri padri, e questo ci dava una meravigliosa sensazione di libertà.

Gli insegnanti come si comportavano con voi?

Le malefatte delle insegnanti (posso chiamarle così? È roba di tanto tempo fa) vanno messe nel conto delle grandi ingiustizie di quei tempi. Il maestro di scuola era allora quasi sempre poveraccio pure lui. Sapeva distinguere (poveretto, lo costringevano) un ricco da un povero fin dalla nascita. Se picchiava un ragazzo povero, lo faceva anche per dare l’esempio al ricco. In pratica era come se avesse detto al ragazzo ricco: «Guarda, picchio il ragazzo povero per dare un esempio a te. Non posso picchiarti perché sei figlio di un ufficiale, di un avvocato, di un ingegnere, di un impiegato comunale, eccetera. Ma se non ci fosse quest’ostacolo, ti picchierei… ».

In che cosa consistevano queste botte? Uno scappellotto?

Altro che scappellotto! I maestri usavano i tre tipi di punizione: la ‘spalmata’, la frusta e la canna. La spalmata, per le punizioni sulla mano: cinque, dieci, quindici spalmate, secondo la gravità della colpa. La frusta veniva usata sulle altre parti del corpo per le punizioni meno gravi, e la canna per colpire in testa o magari soltanto per richiamare l’attenzione dei ragazzi seduti nei banchi più lontani. I maestri più severi ne abusavano. Quelli normali o d’indole buona era raro che infierissero.

Come reagivano i ragazzi a queste punizioni?

Non tutti allo stesso modo. C’era il ragazzo che tremava di paura e piangeva, e ce n’erano altri che si comportavano con disprezzo, a volte perfino con spavalderia: come se le botte non li toccassero. Se un ragazzo-bene, per puro caso, era picchiato, il maestro che l’aveva punito rischiava di passarsela male. Invece i genitori dei ragazzi poveri che, per abitudine, anche loro picchiavano i figli, approvavano incondizionatamente la severità del maestro: anzi lo ringraziavano e gli baciavano le mani, come allora si faceva con il padre.

Che cosa insegnava, allora, la scuola?

Molte nozioni: fin dalla quarta elementare, ci spiegavano gli elementi dell’analisi grammaticale, mentre in quinta passavano all’analisi logica e del periodo. Un ragazzo che superava l’esame di licenza elementare era capace di scrivere e di far di conto. Studiava l’arimetica e la geometria in maniera tale che alla fine del corso conosceva benissimo la radice quadrata e come si trovavano le aree del cilindro, del cubo, del triangolo, del trapezio e così via. Grazie all’opera dei miei maestri, io superai magnificamente la licenza elementare e ricordo perfettamente quanto mi fu insegnato…

Ma parliamo più a fondo di lei, Rea. A scuola come se la cavava?

Nonostante che non fossi nato «bene», anzi, per quei tempi, ero nato «malissimo», ero bravo in italiano e pure in storia e geografia, e fui elevato alla dignità di capoclasse, dico «dignità» perché essere capoclasse allora era un po’ come possedere un titolo, dei galloni cuciti sopra la giacca. Allora capoclasse non era soltanto lo scolaro a cui il maestro rivolgeva per ultimo la domanda quando nessun altro, prima, era stato capace di rispondere; era anche lo scolaro incaricato di mantenere la disciplina (che allora contava moltissimo); che prendeva nota del nome dei «cattivi» in assenza del maestro; che raccoglieva i soldi per la Croce Rossa, per gli orfani, i malati eccetera. Ma, a parte questo, allora, in generale, nella scuola, il merito veniva riconosciuto e premiato. Forse un po’ più di quanto non succeda oggi…

Faccia un esempio…

A quei tempi… era l’epoca fascista, il 24 maggio, anniversario dell’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale, si svolgeva il saggio ginnico: tutte le classi, messe insieme, svolgevano gli esercizi ginnici appresi durante l’anno. Mi ricordo che in una di quelle occasioni, in assenza del maestro, dirigevo dal podio gli esercizi degli alunni di cinque aule. Trovandosi a passare per la piazza dove il saggio si svolgeva il ministro della Pubblica Istruzione di allora (che a quei tempi si chiamava «dell’Educazione Nazionale», ed era un certo Ricci), insieme al federale di Salerno, Saraceno, quello, sorpreso di vedere un ragazzino che comandava gli esercizi in tono così imperioso, si fermò e chiese: «Chi è quel ragazzo?». «È un alunno della mia quinta, rispose il maestro Di Costanzo, che si trovava tra gli accompagnatori del ministro. «Ne prenda nota» disse il ministro, «alla prossima venuta del capo del Governo, Sua Eccellenza Mussolini, gli daremo una medaglia come al più piccolo caposquadra della Campania».

Poi mi iscrissi alla scuola secondaria. Allora non c’era la scuola media unica. Le scuole secondarie inferiori si dividevano in due tipi: la scuola media «vera», dove si studiava il latino e si iscrivevano i figli delle famiglie «per bene», e le scuole di avviamento professionale, dove, se tutto andava bene, si iscrivevano quelli che non erano nati tanto «bene»… Io mi iscrissi appunto alla scuola di avviamento.

E come andarono i suoi studi?

Anche lì feci le mie esperienze. Voglio raccontargliene una, da cui potrà capire meglio chi sono, che carattere avevo, e ho ancora. Agli esami di licenza di avviamento professionale, dopo il compito d’italiano e quello di matematica, bisognava svolgere anche quello di computisteria. Come nei giorni precedenti, entrai in classe pieno di buona volontà; ma davanti alla difficoltà del compito m’impuntai. Due ragazzi a cui avevo svolto il compito d’italiano, bravi in matematica e computisteria, volevano aiutarmi, passarmi il compito. Ma sentii una fortissima vergogna, e rifiutai. Il professore De Martino, lo ricordo ancora, bellissimo uomo, sembrava quasi un attore del cinema, si accorse di tutto quel maneggio e anche della mia incertezza, e, passandomi accanto, mi chiese:«Rea, ma che fai? Non scrivi?». Mi mangiavo dalla rabbia l’estremità della cannuccia della penna. Stavo pensando che rischiavo di essere bocciato e che dopo tanti anni di studio sarei rimasto con un pugno di mosche in mano. Alla fine, qualcosa mi scattò dentro, mi alzai dal banco e presentai il foglio in bianco. Il professore spiegò il foglio, vide, capì, e mormorò: «Idiota, stupido, orgoglioso!». E, dandomi un biglietto, aggiunse: «Va’ al gabinetto e ritorna subito qua!». Della tirata di orecchi che fece sento ancora il dolore… Ecco cos’era la scuola: severissima, spietata, ma anche con qualche parentesi di umanità…

Superato l’esame di licenza di avviamento, un ragazzo allora poteva anche trovare un lavoro, cominciare a guadagnare. Quella era una tappa importante: una base su cui si poteva costruire qualcosa, per esempio avere un posto nell’ufficio contabilità di una delle tante fabbriche e fabbrichette di pasta e di conserva che allora c’erano a Nocera Inferiore.

Com’è che invece di essere diventato ragioniere in una fabbrica di conserve è diventato uno scrittore?

Ho già parlato della mia predisposizione all’italiano.

Predisposizione: ma che dico? Col tempo avrei scoperto che il desiderio di mettere giù, sulla carta, quello che avevo visto, che vedevo intorno e che avevo dentro era una specie di mania… Ma di tutto questo mi sarei accorto soltanto alcuni anni dopo. Sono diventato scrittore, per una parte, per quello che ho imparato a scuola; ma per un’altra parte sono stato influenzato dall’educazione selvaggia ricevuta dalla strada. Ma andiamo per ordine.

D’accordo, andiamo per ordine…

… Avevo finito le scuole secondarie inferiori, e non avevo un’idea chiara di ciò che avrei fatto nella vita, o meglio l’avevo: ero rassegnato al futuro che mio padre aveva deciso per me. Fino a 18 anni sarei andato garzone a imparare l’arte del tappezziere da mio zio Giovanni. Compiuti gli anni, mi sarei arruolato nell’arma dei Reali Carabinieri. Per la verità, i professori avevano sconsigliato a mio padre di farmi proseguire la scuola, iscrivendomi alle ginnasiali. Ma mio padre trovò che in quella scuola le tasse erano troppo pesanti e io presi una specie di terno a lotto. Gli amici mi invidiavano. Ero l’unico a godere di una libertà totale: libero fino al mattino!

Come visse quel periodo?

Non ho mai vissuto, nel resto della mia vita, un periodo di così grande e perfetta felicità! Pensi: era come se vedessi certe cose della vita, per la prima volta! In certe giornate di primavera, notavo come gli alberi passassero dal rinverdire delle foglie ai fiori e ai frutti, mentre prima quasi non me ne accorgevo.

Per fare i compiti, non mi ero accorto che la stazione ferroviaria di Nocera era coperta di giunchiglie; che alle nove del mattino ritornavano dalle esercitazioni nei campi soldati a cavallo preceduti dal trombettiere; che l’ingegnere Frombelli, alla stessa ora, passava con la sua motocicletta diretto al suo ufficio di Salerno, lasciando dietro a sé un’immagine esaltante di energia umana e meccanica: che dal mercato rientravano a squadre vacche, asini, cavalli, muli, porci, anitre e galline, e pure quel famoso pizzaiuolo, Raffaele, che aveva portato al mercato le sue focacce calde. Ripeto: quel periodo di libertà della mia vita fu bellissimo. Passavamo dal barbiere, dove si fermavano i notabili a farsi radere la barba, al suono di una chitarra o di un mandolino, al laboratorio di tappezzerie di zio Giovanni (tutto preso a ficcare chiodi nelle poltrone del signor generale suo cliente), alla selleria di mio cugino Alfonso, che ferrava cavalli da corsa e da tiro, asini addetti al pompaggio dell’acqua dai pozzi e muli impiegati per il trasporto delle fascine e degli arbusti di Fiano a Tramonti.

Passavo molto tempo nella selleria di mio cugino. Mi piacevano le fruste colorate dai piumini fra viola e l’azzurro; e selle di varia guisa del marchese del Parco. Si dicevano tante cose su questo feudatario rimasto tale in un mondo che pure cominciava a cambiare sempre di più in fretta. Arrivava a cavallo dalle sue tenute e diceva a mio cugino: «Da’ a mangiare la crusca a Bolardo, a me un caffè. Hai avuto i ferri schiodati dalla Spagna? Bada che domenica c’è il derby e io sono abituato a vincere… ». Quel personaggio rimase per me leggendario, una specie di mito, fin quando mi ammalai di setticemia. Una malattia che segnò profondamente il mio destino…

Anche di scrittore?

Esatto. Anche di scrittore.

Racconti.

Da ragazzo avevo sempre sofferto di febbri: tant’è vero che in seguito scrissi su quest’argomento una delle mie migliori novelle: I capricci della febbre. Ma quest’ennesima volta la febbre si trasformò in una ferocissima setticemia. Tenga presente che allora non c’erano gli antibiotici. La malattia fu lunga quasi come il vaiolo, di cui m’infettai nel 1944; una volta mi applicarono sessanta mignatte per succhiarmi il sangue. Sessanta schifosi vermi che ancora a quei tempi i barbieri cerusici conservavano nei boccacci! Alla fine mi ripresi e davanti a me si distese una lunga convalescenza.

Consumati tutti i giochi con i compagni che venivano a farmi visita, mi trovai a dover passare, specialmente di mattina, lunghe ore solitarie. Non sapevo come occupare il tempo. Avevo quattordici anni e fin da quel tempo odiavo la solitudine e il suo angelo nero, la noia. E così un giorno, rimasto solo in casa, salii in soffitta in cerca di qualcosa che potesse distrarmi, quando fra cartacce, rimasugli di stoffa di mia sorella sarta, barattoli, ferrivecchi, eccetera, cosa scovai? Uno strano libraccio pieno di «orecchie», squadernato e polveroso. Era Il viaggio intorno alla vita di Pierre de Coulevain, edizioni Salani. Un romanzo rosa, mi sembra, appartenuto alla mia prima sorella, Titina, di vent’anni più grande di me. Incuriosito da quella scoperta, ritornai giù, e mi rimisi a letto e cominciai a leggere.

Che cosa le insegnò quella lettura?

Mi diede la certezza della mia asinaggine! Leggevo, leggevo, e capivo pochissimo. Venne un amico a trovarmi nel pomeriggio… Mi ricordo, si chiamava Osvaldo Borzelli, e gli raccontai la mia esperienza. Osvaldo aveva continuato le scuole e possedeva un vecchio vocabolario che l’indomani mi fece avere attraverso mio padre. Allora abbandonai il libro che non capivo e m’immersi nell’avventura del vocabolario. Passai intere giornate facendo incessanti scorribande fra quelle pagine e obbligando mio padre a interrogarmi su che cosa significava questa o quella parola. Successe in me qualcosa di curioso, che nemmeno oggi riesco a spiegare. Passai il resto della convalescenza a trascrivere centinaia, migliaia di parole. Per puro caso mi ero affacciato su un mondo vertiginoso, senza fine e non immaginavo ancora che da quel momento sarei diventato un collezionista di dizionari. Ora penso che proprio dalla curiosità che mi mettono addosso i dizionari, dalla mania di scegliere bene e mettere in fila le parole, sia nata la mia vocazione di scrittore. Durante quella convalescenza, a seguito di quella scoperta, sono passato dalla condizione di ragazzo di strada a quella di ragazzo avido di apprendere.

Che cosa successe dopo?

Stavo vivendo quel periodo strano che le ho detto, legato a quel dizionario del Petrocchi,  un po’ come il naufrago affida la sua salvezza allo starsene aggrappato a una tavola di legno a galla sulle onde, quando successe qualche altra cosa. Un venerdì di marzo, in occasione di una delle fiere di Salerno, che allora si svolgeva appunto quel giorno, ogni settimana, mio padre, che allora faceva il sensale di frutta e verdura, mi portò assieme a lui e al compagno Gennarino, il fornaio che doveva acquistare alcuni sacchi di granone per i suoi biscotti. Girando per la fiera, insieme al Riccio, il figlio di Gennarino che faceva parte anche lui della nostra compagnia, fui attratto dalla visione di una pila di libri ammucchiati su un tappeto steso a terra. Abituato a rubare dalle carrette frutta e verdura (non si scandalizzi: noi ragazzi di strada lo facevamo per tirarcela addosso per gioco!) m’impossessai di due libri. Ricordo ancora il titolo: erano il primo volume della Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis, edizioni Barion, copertina bianca e filettatura in rosso, e Le operette morali di Giacomo Leopardi, edizione Bietti, lire 3,00. Fu una specie di colpo di fortuna. Specialmente De Sanctis, non soltanto sarebbe diventato uno dei miei autori preferiti, ma mi avrebbe anche aperto le porte verso una quantità di scoperte letterarie che, per il mio lavoro di scrittore, sono state decisive, credo.

Un colpo di fortuna, dice…

E che altro, sennò? Dice un altro scrittore che amo moltissimo, Niccolò Machiavelli, che la vita è per metà fortuna, e questa mi venne ancora incontro nella persona di un padre francescano: padre Angelo Jovino. Costui mi prese subito in considerazione proprio per la passione della lettura, che allora stava esplodendo in me; non solo: mi aprì le porte dell’antichissima biblioteca del convento dei Francescani di Nocera Inferiore. Volle anche che scrivessi la prefazione a un suo libretto di poesie che s’intitolava In cammino e che sarebbe stato pubblicato da un editore di Salerno.

Quanti anni aveva allora?

Sedici, soltanto sedici. Ma cominciavo già a sentirmi qualcuno: perlomeno dentro. Infatti, pur non abbandonando le mie compagnie della strada, avevo cominciato a studiare con passione sempre maggiore, e di lì a un paio d’anni ebbi la sensazione di avere degli strumenti di ricerca personali: solo miei. Con dentro la testa gli antichi versi dei poeti trecentisti e le prose dei Fioretti, mi venne spontaneo scrivere una poesia in endecasillabi sul poveraccio che sotto casa mia vendeva castagne. A Padre Angelo quella lirica piacque moltissimo, bontà sua. E allora gettai tutto me stesso nella scrittura di una Storia del vento (che ululava intorno casa mia, vicino alle tenute) e un Lamento per una rana crocifissa (dal mio amico Osvaldo Borzelli, nel torrente detto «Cavaiola»). Ma questa volta le due composizioni mi vennero in prosa, e credo che a influenzarmi sia stato Giovanni Boccaccio, che Padre Angelo mi aveva suggerito di tradurre dal volgare trecentesco in italiano corrente. Oggi che ci ripenso, credo che quel consiglio fu prezioso: fu come se avessi studiato il latino… Poi successe qualcosa di «non-letterario», se così posso dire, che mi aiutò a fare un altro passo avanti. Certe volte continuavo ad accompagnare mia madre, levatrice, nel giro fra le sue clienti nella campagna. Mi piaceva moltissimo guidare il carretto. Così, un giorno che avevo accompagnato mia madre in una masseria, assistetti a un parto, e, impressionato, scrissi la mia prima vera e propria novella, che intitolai: È nato un bimbo. Su consiglio di Padre Angelo, la mandai al «Concorso per un racconto», bandito dalla rivista «Omnibus», diretta dallo scrittore e giornalista Leo Longanesi. Il concorso fu vinto da un altro, un certo Kramer, ma Longanesi mi scrisse una lettera: «Ho letto la sua novella», diceva tra l’altro quella lettera: «è fuori tema; ma mi mandi altri suoi scritti… Suo Leo Longanesi».

Così passò dalla «vocazione» all’idea, al progetto di diventare uno scrittore?

Proprio così. È stata la storia più bella e importante della mia vita. Il resto conta relativamente: anche se questo «resto» significa i libri di racconti pubblicati da un grande editore del Nord, gli elogi del critico Francesco Flora, i premi, le traduzioni all’estero delle mie opere, la pubblicazione di un mio racconto sulla «Pravda», il più importante giornale dell’Unione Sovietica, e tante altre soddisfazioni.

Parliamo di Ritratti di scuola.

Ritratti di scuola è apparso per la prima volta con il titolo di Ritratto di maggio. Lo scrissi su invito di un grande editore di Milano. Una sera, nella villa del critico d’arte Roberto Longhi e della scrittrice Anna Banfi, nel raccontare dopo cena alcuni avvenimenti della mia straordinaria infanzia… gli stessi che le ho raccontato in quest’intervista… l’editore, che si trovava tra gli ospiti fu così interessato che mi disse: «Le offro un contratto subito e cinquemila lire a pagina». L’editore era Dino Fabbri, allora giovane e famoso. Cinquemila lire a pagina erano una cifra allora più che interessante. Dopo un bel po’ di tempo, vinsi ogni esitazione e scrissi il libro. Avrei potuto scrivere un romanzo molto più lungo, ma, fedele all’ideale di sobrietà e di sintesi in cui ho sempre creduto praticando l’arte dello scrivere, misi insieme soltanto duecento pagine.

L’opera fu pubblicata da Fabbri?

No, per una lunga serie di motivi e di precedenti contratti, il libro fu pubblicato da Arnoldo Mondadori. Nella prima edizione del Ritratto di maggio era compresa un’appendice dove si raccontavano i vari sviluppi delle vite di alcuni personaggi…

Nella seconda edizione, a forza di limare e correggere, il libro si ridusse a poco più di cento pagine, sempre in base a quel mio rigido concetto che bisogna tenersi all’essenziale.

Come ha vissuto questo libro?

Devo dire che anche questo romanzo, come i libri che avevo scritto prima e che ho scritto dopo, è nato su sollecitazione degli editori. Scrivere, per me, è una passione, ma anche un modo per vivere. Ma mentre ci lavoravo, ho finito (come dire?) per innamorarmene, e, superare le prime difficoltà, sono andato avanti dritto fino alla fine seguendo l’ispirazione interiore in cui ho creduto sempre. Di fatto, Ritratto di maggio, che ora ripresento con il titolo più esatto di Ritratto di scuola e che mi sembra al tempo stesso interessante come documento d’epoca e in parte ancora attuale, resta come la mia più diretta e sincera rappresentazione della vita di quel tempo. Da questo libro i ragazzi potranno facilmente capire che una cinquantina d’anni fa, nel nostro Mezzogiorno, e non solo là, era molto difficile scavalcare la strada che a ognuno, per una vera e propria violenza sociale, era stata assegnata. Senza quasi rendermene conto, credo che riuscii a dimostrare, attraverso i miei ricordi e le pagine che essi ispirano, che la scuola era in piccolo la fotocopia della cittadinanza c’erano zone nobili, residenziali, popolari e plebee e nella nostra aula scolastica c’erano diverse file di banchi disposte in modo da riprodurre anche in un piccolo ambiente le stesse condizioni sociali e umane.