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Escluso il brevissimo periodo della Repubblica Partenopea (il pallino fisso, giustamente, di Gerardo Marotta), che si può considerare l’unica spinta borghese verificatasi a Napoli e miseramente naufragata sul palco degli impiccati, né prima, né dopo l’Uinità, Napoli ha mai avuto un governo della cosa pubblica che pensasse anche al bene degli altri.

Dai vecchi padroni il bastone (proprio bastone) passò ai padroni liberali che avevano in mente il modello dei vecchi feudatarii; facendo tutto il possibile per rassomigliargli e imitarli. Senza voler tirare in ballo tanti scrittori (Fraschetti, Villari, fino a Fortunato e a Gramsci) basta rileggere il Fucini sulle condizioni  napolitane per ritrarre lo sguardo inorridito. La sproporzione fra classe feudale e classi inferiori era enorme e la sproporzione fra classe borghese susseguita è enorme. Il borghese ha sempre disprezzato il suo sottoposto. La plebe e il popolino sono laidi, abbietti, nefandi; per cui non si è mai verificato quaggiù il fenomeno protestantico che meglio stava il suddito meglio stava il padrone.

Al contrario Napoli perché stesse bene la classe dominante doveva star male la classe sottostante, da mantenere a livello di sopravvivenza. Il sud per anni e anni ha prodotto solo padroni di terra e di case. Non ha mai conosciuto un industriale.

Quando poi arrivò una boccata d’aria fresca negli anni Cinquanta, la classe sottostante, cominciando a stare un poco meglio per la diffusione del consumo, non avendo altri modelli da imitare oltre quello ributtante della classe dominante, ha cercato di seguirla conquistando i segni esteriori: elettrodomestici, tempo libero, cosiddette vacanze. Ma la cosa pubblica sta sempre allo stesso punto. Servitù e corruzione spinte avanti in maniera libidinosa: soldi sotto il mattone e una continua imitazione del peggio.